• Federica Brunoldi

XX Raduno Clab

di Tatiana Stefanini

Un incontro struggente nella sua bellezza. Quello di ieri, il ventesimo nella storia di Clab. Intenso, dolce e tormentato. Come lo è Claudio in questo suo tempo della vita. Ha scelto di suonare molte di quelle che lui chiama le sue canzoni “luna”, pezzi che non hanno avuto la stessa scia di successo di altri talmente noti e popolari, da costituire storia della musica italiana. Ha cantato anche brani “antichi” che ha amato e probabilmente ama più dei “famosi”. Così ogni volta che ha modo di proporli, li arricchisce di un tassello d’esperienza, quasi a volerli far splendere di una luce nuova e dargli l’occasione di spiccare un altro volo, anche se in un tempo che non è il loro. Dolce, che ieri era impanicato a cominciare. Quando, all’avvio, ha alzato gli occhi su tanti scampoli dorati e puntati al cielo dal pubblico, gli è rivenuto quel nodo in gola che non dovrebbe più avere, con 50 anni di carriera alle spalle. E ancora più dolce nell’accondiscendenza nei confronti delle stonature di questi suoi fans, che lo hanno amato e lo amano smisuratamente. E lui si sente ancora in debito, in imbarazzo, a volte vulnerabile, con il bisogno di stringerseli tutti a se, ma pure di respingerli, che gli pare mancare l’aria. Tormentato, che sa che il tempo delle storie prima o dopo dovrà finire o quantomeno non potrà più essere quello che è stato e forse è meglio chiuderla qui, ma poi ci ripensa. Si avvita su se stesso, scalcia con un piede e lancia via lontano i pensieri più bui. Sa che non potranno mai fare a meno di amarsi. Lui ed il suo pubblico.

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